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Rassegna Stampa

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<<La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale>>. E’quanto sancito dall’articolo n. 1 della legge del  30 marzo 2004 n. 92, detta anche “legge Menia”, dal nome del deputato triestino Roberto Menia, che l’aveva proposta.

Dunque dal 2005 il 10 febbraio di ogni anno è solennità civile nazionale per l’Italia, che nel Giorno del ricordo fa memoria dell’esodo giuliano dalmata e del massacro delle foibe che colpì gli italiani dell’Istria, di Fiume, e della Dalmazia, nel secondo dopoguerra.

La data prescelta si lega al 10 febbraio del 1947, giorno in cui  furono firmati i trattati di pace di Parigi, che assegnavano alla Jugoslavia l’Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia, in precedenza facenti parte dell’Italia.

I Balcani furono ancora una volta  teatro di scontro fra forze politiche ed etniche opposte, di nazionalismi che da secoli combattevano ora per il dominio sul mare ora per vendicare soprusi e violenze, innescando una spirale di morte che ha travolto uomini, donne, bambini … innocenti.

Per ricostruire la storia del massacro delle foibe  bisogna andare al 1943, anno in cui il regime fascista volgeva al suo definitivo crollo con lo scioglimento del partito e  la resa dell’8 settembre. Anche le forze militari erano ormai allo stremo e nel caos: i nemici diventavano alleati e gli amici si trasformavano in nemici.  E’ in questo momento che Josip Broz, meglio conosciuto come Tito, mette in atto il suo progetto di vendetta contro gli italiani considerati indistintamente colpevoli di aver amministrato con durezza e violenza i territori occupati nei Balcani. L’ondata di cieca violenza colpì anche i civili e fu perpetrata sino al 1947. I condannati venivano infoibati cioè  gettati, vivi o morti, nelle foibe ovvero conche profonde sul cui fondo si apre un inghiottitoio, tipica cavità presente nel territorio istriano.  Si contano circa  20.000 morti e 250.000 esuli italiani, costretti a lasciare le loro case. Ma anche sui numeri oggi non vi sono dati certi  e definitivi.

Una vicenda, questa, di cui per molti anni non si è parlato e che rischiava di scivolare ingiustamente nell’oblio. La caduta del muro di Berlino (1989) con la conseguente caduta del regime comunista sovietico ha incoraggiato la rimozione della coltre di silenzio.

A rendere nota la tragica deportazione e l’eccidio degli italiani nei Balcani furono anche le visite alle foibe dei presidenti della Repubblica Italiana  Francesco Cossiga  e Oscar Luigi Scalfaro che  si  recarono al sacrario di Basovizza rispettivamente nel 1991 e 1993, per chiedere perdono del silenzio durato cinquant’anni.  Inoltre bisogna riconoscere l’importanza del lavoro svolto  dall‘Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, fondata già nel 1947 dagli esuli istriani, fiumani e dalmati, al fine di conservare la memoria dei drammi che furono costretti a vivere.

I sopravvissuti riuniti nell’ANVGD considerano il Giorno del Ricordo come un momento di riflessione per tutta la Nazione, <<in cui le parole foibe ed esodo istriano, fiumano e dalmata vengono ravvivate nel loro significato più drammaticamente profondo ma nel contempo in una fiduciosa prospettiva per il futuro>> . Con questo spirito l’associazione ha collaborato per la realizzazione del film-documentario 

 prodotto dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” di Torino.  

Dopo tanto dolore servono parole e gesti di speranza, che sappiano rompere la catena di odio e inaugurare tempi nuovi di fratellanza e amicizia fra i popoli. A tal fine  concludiamo riportando la dichiarazione che oggi, in occasione del Giorno del Ricordo,  ha rilasciato il Presidente Mattarella:

«Le sofferenze, i lutti, lo sradicamento, l’esodo a cui furono costrette decine di migliaia di famiglie nelle aree del confine orientale, dell’Istria, di Fiume, delle coste dalmate sono iscritti con segno indelebile nella storia della tragedia della Seconda Guerra Mondiale e delle sue conseguenze.

Nel Giorno del Ricordo, che la Repubblica ha voluto istituire, desidero anzitutto rinnovare ai familiari delle vittime, ai sopravvissuti, agli esuli e ai loro discendenti il senso forte della solidarietà e della fraternità di tutti gli italiani. I crimini contro l’umanità scatenati in quel conflitto non si esaurirono con la liberazione dal nazifascismo, ma proseguirono nella persecuzione e nelle violenze, perpetrate da un altro regime autoritario, quello comunista.

Tanto sangue innocente bagnò quelle terre. L’orrore delle foibe colpisce le nostre coscienze. Il dolore, che provocò e accompagnò l’esodo delle comunità italiane giuliano-dalmate e istriane, tardò ad essere fatto proprio dalla coscienza della Repubblica. Prezioso è stato il contributo delle associazioni degli esuli per riportare alla luce vicende storiche oscurate o dimenticate, e contribuire così a quella ricostruzione della memoria che resta condizione per affermare pienamente i valori di libertà, democrazia, pace.

Le sofferenze patite non possono essere negate. Il futuro è affidato alla capacità di evitare che il dolore si trasformi in risentimento e questo in odio, tale da impedire alle nuove generazioni di ricostruire una convivenza fatta di rispetto reciproco e di collaborazione.

Ogni comunità custodisce la memoria delle proprie esperienze più strazianti e le proprie ragioni storiche. E’ dal riconoscimento reciproco che riparte il dialogo e l’amicizia, tra le persone e le culture.

Si tratta di valori che abbiamo voluto riaffermare con il Presidente della Repubblica di Slovenia, Borut Pahor, che ringrazio ancora per l’incontro e le iniziative del luglio scorso (foto 1), in occasione della firma del protocollo d’intesa per la restituzione del Narodni Dom alla minoranza linguistica slovena in Italia.

Da questi valori discendono progetti altamente apprezzabili come la scelta di fare di Gorizia e Nova Gorica, congiuntamente, capitale della cultura europea 2025.

Atti di alto significato simbolico che dimostrano una volta di più come la integrazione di italiani, sloveni e croati nell’Unione Europea abbia aperto alle nostre nazioni orizzonti di solidarietà, amicizia, collaborazione e sviluppo. Il passato non si cancella. Ma è doveroso assicurare ai giovani di queste terre il diritto a un avvenire comune di pace e di prosperità.

La ferma determinazione di Slovenia, Croazia e Italia di realizzare una collaborazione sempre più intensa nelle zone di confine costituisce un esempio di come la consapevolezza della ricchezza della diversità delle nostre culture e identità sia determinante per superare per sempre le pagine più tragiche del passato e aprire la strada a un futuro condiviso».

FOTO N. 1

13 LUGLIO 2020. Un gesto storico: il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e il presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor si tengono per mano a Trieste davanti alla foiba di Basovizza. Lo fanno dopo aver deposto una corona di fiori nel luogo dove i partigiani jugoslavi scaraventarono nel 1945 duemila nostri connazionali. Restano un minuto in silenzio così, sotto il sole di luglio. È un segno potente, spontaneo e fuori dal protocollo, che prova a sanare una ferita lunga oltre settant’anni. (Fonte: La Repubblica)