LIBERAZIONE DEI CORPI

25 Novembre 2023 0 Di Nuccio Randone
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La violenza sulle donne nasce all’interno di una relazione che assume il volto di un “regime disciplinare”, che rende la donna un “corpo docile” ovvero “un corpo che può essere sottomesso, che può essere utilizzato, che può essere trasformato e perfezionato” (M. Foucault).

In una tale dinamica relazionale, la violenza si esercita attraverso “il potere sul corpo della donna”che, sottomesso attraverso “l’ortopedia disciplinare”, diviene proprietà del carnefice-sovrano: la vita di ogni individuo è insieme zoé (biologia, vita biologica, essere vivi) e bíos (biografia, esistenza umana, avere una vita), motivo per cui l’appropriazione e sottomissione della zoé, della corporeità, pone la donna nella condizione di Homo Sacer, che è colui rispetto al quale tutti gli uomini agiscono come sovrani.

Nella lettura che ne fa il filosofo Giorgio Agamben, l’Homo Sacer “è colui che ha commesso un reato e che, proprio per questo, viene espulso dalla comunità e bandito dalla città. Isolato dall’esistenza civile l’Homo Sacer si presenta spogliato della sua dignità politico/religiosa e quindi relegato ad una mera esistenza materiale e fisica (zoé) che non può più tramutarsi in bíos, e a causa della sua condizione di non cittadino egli non è più immolabile in sacrificio ma uccidibile da tutti”.

La donna vittima di violenza, pur senza colpe, vive nella stessa condizione dell’Homo Sacer in quanto resa colpevole dal dominatore: è “la nuda vita” della donna che vive nello “stato d’eccezione” della violenza ovvero in una situazione che comporta la sospensione del suo bíos, delle sue aspirazioni, decisioni, attività, progetti e relazioni umane.

In una “relazione disciplinare” il sorvegliante riduce il sorvegliato a “bestia da compagnia” e lo fa attraverso “l’isolamento” e “la rigida regolamentazione del vivere quotidiano”della vittima. Nel regime disciplinare “la solitudine e l’emarginazione della donna portano la stessa ad una condizione di dipendenza nei confronti del compagno di vita”: “interiorizzando la sorveglianza”, la sua vita non può trasformarsi in bíos ma in una drammatica accettazione di un’esistenza dominata.

Per uscire dal dominio del sovrano, la donna-vittima deve avere il coraggio di risorgere: la resurrezione cristiana segna “il riposizionamento del corpo nella storia” e ogni donna vittima i violenza se vuole liberarsi deve lasciare il sepolcro domestico e riprendersi il proprio “corpo”, liberandolo da ogni forma di dominio moralistico o tecnocratico e scrivere con esso la propria biografia libertaria ed emancipata.

“Il corpo femminile” non è solo un puro dato biologico (zoé) ma è cifra biografica (bíos) dell’alterità, diversità, specificità, pluralità e libertà percepita e vissuta dalla donna oltre gli stereotipi e le consuetudini di stampo patriarcale.

La donna è donna quando, con il suo corpo, vive ed esprime questa sua dimensione-donna liberamente, aldilà della stessa dimensione genitale. Chi “si sente” donna, ma anche chi “si sente” gay o lesbica o transessuale, vive, deve poter vivere liberamente la sua “diversità esistenziale proprio attraverso quel “corpo liberato” dal dominio culturale di stampo patriarcale e sessista.

Solo dei “corpi liberi” possono generare una relazione d’amore, prendersi cura reciprocamente, vivere la diversità come “cura” e non come “paura” che genera violenza.

Prof. Nuccio Randone