Agamennone, Edipo e il tempo sospeso. Gli studenti del Vittorini-Gorgia di Lentini riscoprono la magia del teatro

27 Maggio 2022 0 Di Redazione
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“Io ringraziare desidero per l’antica arte del teatro quando ancora raduna i vivi e li nutre”.

Questo verso di Mariangela Gualtieri potrebbe stare in epigrafe a questa cinquasettesima stagione teatrale, apertasi il 17 maggio, presso il Teatro Greco di Siracusa con Agamennone di Eschilo, per proseguire con Edipo re di Sofocle, Ifigenia in Tauride di Euripide e chiudersi il 9 luglio con l’Orestea di Eschilo. Riecheggiava nella lietezza di giovani alunni e dei loro insegnanti, vicini per comprendere e condividere. La prima immagine da custodire è quella della cavea colorata e gremita, miracolo di una vicinanza preclusa negli ultimi due anni di pandemia;  lo stupore davanti ad una messa in scena che meraviglia e stupisce, sorprende e a volte delude, ma ci dice sempre quanto potente sia un testo classico nella sua capacità di parlare a noi moderni, se “poniamo domande autentiche”(Bachtin).

Allora scopriamo che la tragedia greca rappresenta veramente l’essenza più profonda del nostro stare al mondo, la tragedia è sempre indagine sull’uomo, sulla sua grandezza e sulla sua miseria, quando si scopre in balia di forze che trascendono la sua mente e deve ammettere la propria umana fragilità, assumere su di sé il peso della colpa.  Questo ci dice Eschilo attraverso la vicenda della sfortunata stirpe degli Atridi, ci racconta una colpa che si trasmette di padre in figlio, che grava come marchio d’infamia, esige  vendetta e la spaccia per giustizia, diventa trappola da cui liberarsi quando un dio riconoscerà che è giunto il momento di ricostituire l’ordine violato. All’uomo resta il proprio dolore e la consapevolezza della propria impotenza davanti a scelte che, secondo i dettami del tragico, implicano sempre una responsabilità, a prescindere dalla volontà individuale. È questa l’intuizione di Davide Livermore, che con il suo Agamennone, in scena dal 17 maggio, torna ad una rilettura  in chiave moderna, a cominciare da un impianto drammaturgico che rende omaggio al cinema, mentre la scenografia, curata da Lorenzo Russo Rainardi,  gioca tutto sul tema del doppio: un doppio specchio in cui il coro e il pubblico si riflettono e si ritrovano, immersi, consapevoli e colpevoli di una violenza che ci riguarda sempre in prima persona.  Trionfa il rosso, protagonista incontrastato, metafora del sangue e dell’ereditarietà della colpa, inquieta il delirio dell’infelice Cassandra (Linda Gennari) a saldare passato e futuro in una visione da incubo; la musica di Bach e le citazioni rock  stupiscono e affascinano, mentre sirene e spari ci ricordano   che quel mondo lo abbiamo ereditato con tutto il suo cumulo di orrore, con  assassini sempre blasfemi quando si sporcano le mani di sangue ma millantano giustizia.  Clitennestra è  pronta a sgozzare marito e amante gridando la sua sofferenza di madre ferita, memore del  sacrificio di Ifigenia, ma conserva nella sua  ferocia  l’orgoglio della donna tradita e offesa da un marito che osa portare in casa la sua concubina. Il coro di vecchi diventa la più grande metafora dell’umana debolezza, insistendo sul tema della malattia che, nel mondo disfatto degli Atridi è malattia morale, di cui noi siamo lo specchio deformato e deformante.

Il dolore è il fil rouge che ci porta ad Edipo.

La solitudine è la vera protagonista dell’Edipo re, diretto dal canadese Robert Carsen e interpretato da Giuseppe Sartori che appare quasi sempre schiacciato dall’ enorme  gradinata realizzata da Radu Boruzescu, percorsa incessantemente  in un andirivieni spasmodico, quasi a rendere visibile il suo faticoso aggrovigliarsi nella ricerca della verità. Un novello Sisifo, costretto a ritornare sui propri passi, con un masso ideale che lo schiaccia nell’animo, che deforma i tratti del suo volto, sempre più teso e contratto nella lotta tra il desiderio di sapere e l’orrore che si annida dietro sospetti velati e inspiegabili coincidenze. Edipo re è tragedia della mente, che si smarrisce nei suoi abissi, della ragione che non può superare i suoi limiti perché diventa tracotanza. L’ironia tragica lo stringe nella sue spire passo dopo passo, dalla  prima apparizione trionfante davanti ad un popolo che si affida a lui per sconfiggere la pestilenza, all’ombra di orrore che si dipinge sul suo viso, quando Tiresia pronuncia il responso che lo vede assassino del padre,  marito della madre, padre dei suoi stessi fratelli. La paura che raggela diventa violenza e Tiresia è scacciato via come traditore, mentre una superba Giocasta, interpretata da Maddalena Crippa, sorride degli oracoli fallaci, come quello che aveva preannunciato a Laio la morte per mano del figlio, mentre ad ucciderlo sarebbero stati briganti ad un incrocio. Ancora una volta la parola scava solchi profondi e apre il suo varco verso la verità.  Piccolo risulta  Edipo, quando si aggrappa alle parole che lo potrebbero scagionarlo: “briganti” uccisero Laio, mentre lui, da solo, ha ucciso un uomo ad un incrocio. E intanto il masso si fa sempre più pesante, gli eventi precipitano, le notizie si intrecciano e la verità si svela nella sua nudità: Edipo è lo stesso bambino che il servo di Laio, impietosito  salva da morte sicura, affidandolo ad uomo di Corinto.    

Giocasta non ha più bisogno di sentire altro, esce di scena con il suo carico di disperazione infinita, può solo implorare Edipo affinché metta fine alle sue ricerche, ma ormai la verità è sotto gli occhi di tutti.  Il cerchio si chiude: il re è solo un piccolo uomo tra gli uomini, che pensava di sfidare gli dei e invece nulla sapeva di sé e del proprio destino. Edipo si spoglia letteralmente di ogni certezza e restituisce al suo popolo la miseria di un corpo nudo e straziato, con le orbite insanguinate. Ci turba la nudità di Edipo, perché è anche la nostra, perché siamo nudi tutte le volte in cui scopriamo che c’è qualcosa che sfugge alle nostre conclamate certezze, quando ci scopriamo piccoli e indifesi. Siamo nudi oggi, mentre il male sparge la sua semenza tra gli uomini che, invocano potere e grandezza, minacciano e gridano, spezzano vite come arbusti e non vedono la loro miseria. E allora dovremmo ricordare che la tragedia si conclude con un monito a non giudicare un uomo felice, prima che la sua vita abbia avuto fine. Ritroviamo la saggezza dell’antico “logos” erodoteo di Solone e Creso, e dovremmo farne tesoro. È questo il miracolo del teatro, rito sacro, che attraverso la parola varca i confini del tempo e dello spazio, parla a noi come ha già fatto in passato e come farà in futuro.

Prof.ssa Rosa Caminito