TEOLOGIA POLITICA La pace è un atto di ribellione agli dei

27 Novembre 2025 0 Di Nuccio Randone
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«Ma io all’Onnipotente voglio parlare, con Dio desidero contendere» (Gb 13,3)

Scrivere un articolo sulla pace mentre fuori incombe il pericolo di una guerra atomica a causa dei numerosi focolai di guerra sparsi per il pianeta (si veda la guerra tra Russia e Ucraina o il riesplodere del conflitto arabo-israeliano) non è facile e qualsiasi cosa si voglia dire o scrivere sembra risultare fuori tempo, fuori contesto, quasi inutile rispetto alla drammaticità e all’imprevedibilità di una “guerra in atto”.


La guerra nel suo momento sorgivo è sempre dichiarata, intenzionale, è un dato politico, teocratico: c’è sempre un dio potente che ha la capacità, l’autorità e la facoltà di imporre la sua volontà. In un sistema politico politeista, lo scontro delle civiltà diventa una teomachia.

La “guerra in atto” segna l’autosospensione della volontà politica: gli dei impongono la guerra ma ne affidano l’esecuzione ai mortali. Nello “stato d’eccezione” di una guerra questa viene posta in essere, nella sua unica forma cruenta, dai generali, dai soldati, dagli eserciti, sono loro che fanno la
guerra.

Quali sono oggi i fondamenti teorici della guerra?

Il ritorno della “teoria della guerra giusta”, ritorno inaugurato dall’ideologia geopolitica statunitense di “esportare la democrazia” in quanto in una arbitraria e occidentalista divisione del mondo in categorie valoriali sembra inevitabile “lo scontro delle civiltà”.


L’altro fondamento teorico della guerra moderna è l’ideologia fondamentalista della “patria” secondo cui porzioni di terra sono di “proprietà esclusiva” e quindi “abitabile esclusivamente” da una determinata popolazione con la conseguenza che ogni “altro popolo” è visto e percepito sempre e solo come un potenziale “usurpatore della terra”, ideologia che oggi dà vita al sovranismo nazionalista che ha proprio nella “logica dei confini” la giustificazione di ogni guerra. 

Soltanto la morte di uno degli dei in guerra segna la fine della stessa, motivo per cui la fine della guerra non segna il raggiungimento della pace ma un destino nefasto per gli esseri umani. Alla morte di un dio subentra il kháos, lo spazio vuoto, l’abisso.


Guerra e pace non sono infatti consequenziali l’una all’altra, soltanto in una logica bellicista e teocratica si può pensare che esse siano contemporaneamente frutto di una decisione divina: la guerra viene dagli dei, la pace dagli uomini; la guerra è imposta, la pace è desiderata e voluta. La guerra è diabolica, la pace è demoniaca in quanto ethos anthropoi daimon: l’etica, la pace dell’uomo determina il suo daimon (destino).

In quest’ottica di teologia politica, la pace è un atto di ribellione agli dei, un contropotere che rende
gli uomini autonomi e liberi dalla volontà degli dei.

Quando ci si trova nella “notte” della guerra una sola è la domanda del cuore umano: «Oracolo sull’Idumea. Mi gridano da Seir: “Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?”. La sentinella risponde: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!”» (Is 21,11-12).

Don Lorenzo Milani, come una sentinella socratica, “sa di non sapere” per cui alla domanda “Sentinella, quanto resta della notte?”, con atteggiamento proprio di un nichilista attivo, non risponde al perché ma ci dice che: «c’è un modo solo per uscire (dalla notte della guerra). Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene fare scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto».

Se l’obbedienza non è più una virtù, qual è in don Milani quella virtù in grado di dare a questo secolo “un progresso morale rispetto alla deriva della guerra?” La risposta a questa domanda sarà koggetto dei prossimi articoli.

Nuccio Randone